Fenomenologia de l’abbandono di Roberto Fustini

 

cuore albero

Dalla mia prefazione al libro di racconti di Roberto Fustini: Fenomenologia de l’abbandono

Leggendo i racconti di questa raccolta le prime emozioni, i primi pensieri che mi sono sorti dentro hanno a che fare col turbamento e con la confusione. Non avevo mai letto nulla di simile prima. Il movimento successivo è stato dominato dalla curiosità e dall’avidità di lettura. Perché queste pagine sono ricche di mondi e contraddizioni, dominati da personaggi autonomi e potenti, perfettamente, ma solo apparentemente, indifferenti al nostro sguardo.

Inizialmente ci intrufoliamo nella loro vita: li guardiamo morbosi dal buco della serratura della narrazione. E non ne abbiamo mai abbastanza di vederli, toccarli, annusarli, accarezzarli, nelle loro piccole e perfette, a volte insature, intimità psichiche; nei loro meandri  di vita, di cuore, di pancia e di sensi.

Sono personaggi potenti perché li hai già incontrati in carne ed ossa. Simili e diversi, insieme. Ti risuonano dentro come già vissuti, già patiti eppure nuovi, nuovissimi. Unheimlich, citando Freud. Ossia perturbanti perché hanno a che fare con il conosciuto e familiare, ossia l’Heimat (la patria, la casa, interiore o esteriore, piccola o grande che sia) ma al tempo stesso negata dal quel suffisso Un che allontana e rende straniero. Si impongono al nostro sguardo come eterni personaggi da tragedia greca e al tempo stesso stracolmi di futuro non detto, in nuce.

L’introspezione psicologica è lirica ed intensa: è un dipinto plastico, coloratissimo, pregno e densissimo. Sono Entwicklungsromane momentanei, dove tutto è concentrato nel qui ed ora.

E poi c’è tutto l’amore del dettaglio, gustosamente barocco, la cui tensione si declina in mille versioni, in un labirinto psicologico, fino a farci perdere l’orientamento, fino a farci perdere il nostro centro. Siamo perfettamente ipnotizzati, catturati da quel mondo narrato, avvolti nelle sue spire e finiamo per diventare ciechi e sordi al mondo fuori: assumiamo quel nuovo punto di vista, quella prospettiva lì dipinta e, passando dal quel buco della serratura da cui siamo entrati, diventiamo esattamente quel uomo, quella donna, gay, etero, madre impaurita di fronte al desiderio di liberazione dal soffocante materno del figlio, figlio desideroso e desiderante di mondi extrauterini.

E la narrazione dell’”Abbandono”, e della sua formidabile “fenomenologia”, si snoda esattamente lungo un continuum che va dal desiderio vitale e necessario di abbandonare il conosciuto al terrore di essere abbandonati. Fra il rifugiarsi nella Grande Madre, sicura e soffocante, alla necessità di trovare se stessi e il proprio, possibile, posto nel mondo, attraverso un junghiano, doloroso ed eroico percorso di personale individuazione. Ed in mezzo fra questi due poli l’autore ci porta le innumerevoli possibile sfumature di una emozione in bilico fra l’aggrapparsi al passato e alle sue sicurezze e quella tensione che ci spinge a prendere a morsi il futuro.

E lo fa conducendoci fermamente attraverso una lussureggiante giungla narrativa extradensa di particolari. L’andamento è lento e serpentino. La narrazione svolge le sue spire in maniera ondulatoria, ancheggiante come una danzatrice orientale, scoprendo e ricoprendo subito dopo, svelando e poi schermendosi di tale svelamento. La narrazione è sensuale, sessuale, sinuosa: si avvicina al lettore e lo seduce poi lo ipnotizza e comincia a toccarlo e a farsi toccare, procedendo inevitabilmente giù, sempre più in basso, seguendo il sentiero interiore a spirale, fin dentro ai visceri, ai sensi  e al sesso di chi sta leggendo quella narrazione. Essa procede a volte inesorabile e potente come un sotterraneo fiume carsico, a volte sottile, tenace, persistente e sussurrante come una tela di ragno. Poi diventa dura e malvagia, come un atto sessuale furibondo, consumato in fretta. siamo condotti per mano in un istantaneo paradiso di mente e sensi che persiste per qualche fotogramma, lasciando poi noi lettori e i personaggi della narrazione orfani di quella bellezza.

Certi personaggi resistono al loro personale Schicksal rimanendo avvinghiati alla loro piccola tragedia quotidiana a cui resistono tenacemente, fedeli a se stessi, al proprio sentire, al proprio “Cosmo”, perché abbandonare il loro piccolo e armonico universo interiore è perfettamente contrario alla loro natura più profonda. Rimangono lì dove sono stati fotografati, per amore di armonia.

L’autore ci inchioda al qui ed ora della narrazione. Non ci dà scampo. Prima ci accarezza, poi ci bacia, poi ci morde. Ci avvinghia stretto al suo mondo e ci porta nella parte più recondita del suo, del nostro intimo essere. Vi troviamo un singolare gusto pittorico per il dettaglio, denso, densissimo, perché per poter rappresentare l’umano tutto deve essere detto, perché tutto è significativo. La narrazione scivola, a volte correndo a volte invischiandosi, verso il suo centro, verso il suo ombelico, verso un destino che non sa di libero di arbitrio, esattamente come in una tragedia greca; un destino che a volte pesca i personaggi e li lascia galleggianti e insaturi a trovare una ragione nella loro azione. Senza che però forse ciò sia veramente importante.

E’ una scrittura pregna di frutti maturi, odorosi, e pronti per essere gustati con avidità. Traboccanti e pungenti, lussureggianti. E’ puntuale ed extradensa, abbiamo detto. Eccessiva, in cui i contrasti si amalgamano, si incontrano, si scontrano e danno vita ad una parallela dimensione onirica. Lo schiaffo, la carezza, le sensazioni e le emozioni dei protagonisti diventano anche le nostre di lettori. E quei baci e quell’amplesso lo senti sul tuo corpo. Il mondo della narrazione riverbera dentro il mondo di noi lettori, in maniera olografica. Le stanze rimandano ai corpi, i corpi dei protagonisti rimandano ai corpi di noi lettori.

E’ una scrittura michelangiolesca: antica e profonda, voce dell’inconscio collettivo che rimanda a vitali archetipi essenziali. E poi attraverso istantanei movimenti siderali e sincronici si ricongiunge al presente, al banale quotidiano, ora ricco di schegge di eternità e magia.

E’ una scrittura forte e irsuta che non ci permette di immaginare nulla perché tutto è già perfettamente dispiegato. I nostri occhi interiori, il nostro pensiero sono violentati dalla narrazione che desidera penetrare dentro al lettore, rubandogli il libero arbitrio della decisione, dell’immaginazione personale. No, qui devi immaginare e vedere ciò che vuole lo scrittore. C’è solo questo mondo ed esso ti rapisce e non ti permette di chiudere gli occhi o di volgerli altrove. Ci sei solo tu, lettore, la pagina, i protagonisti. Sei immerso in un processo hegeliano che va dal partire da sé, all’essere svuotato del sé per essere riempito dell’Altro da sé, per, infine, tornare a sé, molto, molto più ricco di prima. L’autore non vuole niente di meno che il tuo corpo, il tuo sangue e la tua anima, in quello spazio sospeso temporale/atemporale della lettura. L’autore pretende proprio il tuo spazio personale, la tua dimensione temporale.

Attraverso la lettura assorbiamo in maniera osmotica quasi, arresi all’ipnosi della narrazione, la Weltanschauung dei personaggi e dell’autore, che non finge di essere altro da quello che è, cioè un “tiranno” che vuole far godere il corpo e l’anima, lo spirito ed i sensi di chi legge e di ritorno di goderne egli stesso. In un eterno colloqui di amorosi sensi, in un infinito rimando reciproco. Ed il lettore è avvinghiato in questo eterno presente della lettura, dominato dal suo elan vital, che è la spina dorsale di tutta la narrazione, aldilà delle singole trame.

La narrazione a spirale spesso lascia stupiti e in debito di ossigeno: una frase rimane insatura, galleggiante, apparentemente senza significato, tesa come una corda d’arco nella nostra mente, fino a quando l’autore non decide che è venuto il momento per il lettore di comprenderla.

E’ un mondo altro che investe il lettore, una vita che riempie la vita, un surplus di input sensoriali e cognitivi che ci pone in un “supermarket delle idee” che offre una palette infinita, “imbarazzante di possibilità”, citando l’autore.

L’abbandono, come ben sa l’autore, è una persistente condizione della umana evoluzione, come specie e come individui. Ogni scelta, ed anche la non scelta lo è a suo modo, presuppone e implica abbandonare una possibilità a favore di un’altra. Non si può non abbandonare, anche noi stessi, o parti di noi. Sono continue invisibili, morti e rinascite che costellano la nostra dimensione spazio temporale. Ed è una condizione umana che assume innumerevoli sfumature di consapevolezza o inconsapevolezza. Come i personaggi di questi racconti che sfuggono poi ritornano e poi sfuggono e poi ritornano, che abbandonano e poi rimpiangono poi abbandonano, racconto dopo racconto, riga dopo riga.

Sono macchine narrative perfette questi racconti, animali strani eppur conosciuti. Sussurrano a volte piano, a volte urlano potenti. Sono vibrazioni antiche e presenti che pescano nel nostro inconscio collettivo e pertanto menschliches, allzumenschliches come ci insegna Nietzsche. E coinvolgono tutti i sensi, non smetterò mai di dirlo, vista, udito, gusto ma soprattutto tatto: siamo toccati e tocchiamo questa scrittura, questa mondo narrativo, questi personaggi umani, troppo umani, che pescano dalla profondità della loro essenza e cercano una loro personale cifra di stare al mondo e girare la ruota del karma, ancora una volta.



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